L’edificio più cospicuo del comune di San Quirino è senza dubbio la villa-palazzo costruita dalla pordenonese famiglia Cattaneo nel centro del capoluogo. L’edificio segue l’espansione degli interessi della famiglia di mercanti in un settore fino allora caratterizzato a un tessuto sociale rurale e omogeneo. L’interesse della famiglia verso queste terre magre, ma ben irrigate, è testimoniato da una girandola di acquisti e permute mosse soprattutto dall’efficace attività di prestito che i Cattaneo avevano introdotto nel villaggio.
Veniamo ora a definire lo sviluppo della presenza dei nobili pordenonesi nelle terre un tempo templari.
Nel 1706 il notaio Girolamo Rossi stipulava un atto in «Casa Cattaneo a S. Quirino». Nonostante si tratti di una nota molto generica, siamo portati a credere che la casa citata fosse quel modesto edificio interno alla cortina e posseduto dai Cattaneo già da prima del 1703, ma non corrispondente all’attuale sedime della villa. A quella data, infatti, il perito pubblico Lorenzo Boschetti rilevava all’interno dell’ambito della fortificazione rurale una casa del «S. D. Cattaneo». La stessa mappa descriveva anche la posizione delle proprietà di altre famiglie pordenonesi: quella di «Giacomo Antonio Melos» in corrispondenza dell’attuale villa Cattaneo, e quella dei Battistini, pure interna alla cortina. All’esterno della fortificazione rurale erano rintracciabili altre proprietà di famiglie estranee al paese: le «fabriche dell’Eminent. Sig. Cardinal Ottobon» e le terre del «N.H. Lorenzo Corer», poste nei pressi del «Molino della Commenda di S.n Gio: dal tempio di Sacil».
Sul finire del ’600 i Cattaneo preferivano reinvestire i proventi dei loro commerci acquistando terreni, anche comunali, nella zona di Bannia, Fiume Veneto e Pasiano, dove i prezzi erano più contenuti rispetto all’alta giurisdizione pordenonese. Le loro proprietà a San Quirino non erano consistenti, quantunque in paese fosse possibile rintracciare un «Massaro delli sig.ri Catani di Pordenon» già nel 1698. La loro maggior attenzione ai terreni appartenuti alla commenda di Malta coincise con la progressiva liquidazione delle proprietà terriere di una famiglia nobile pordenonese. L’interesse che i Malossi avevano avuto per le loro tenute sanquirinesi si esaurì sul finire del ’600, quando i nobili pordenonesi si trovarono impegnati in una “girandola” di vendite4 che aprirono la porta all’arrivo di nuovi imprenditori. I primi a distinguersi in questi acquisti furono i pordenonesi Battistini, anche se si trattò di un “fuoco di paglia”.
Tra il 1703 e il 1709 anche ai Cattaneo pervennero alcune proprietà dei Malossi: tra queste, un’altra casa posta all’interno della cortina.
A seguito di questi acquisti, la famiglia bergamasca si adoperò nell’organizzazione di quell’azienda agricola che per più di un secolo e mezzo continuò a crescere e a svilupparsi, sovrapponendosi a macchia di leopardo ai segni dell’antico disegno agrario di San Quirino.
All’epoca, la cortina medievale, seppure aggredita da molti edifici sorti in aderenza, era ancora riconoscibile. La chiesa e il suo recinto cimiteriale erano raggiungibili attraverso due sottoportici, uno dei quali era aderente alle case possedute dai Malossi. Il nuovo campanile, eretto da Orazio d’Agostin (1697), nella mappa del Boschetti svetta proprio di fronte a questo «sotto portico», che una successiva mappa (1718) definisce: «strada tende alla chiesa». Non va esclusa l’ipotesi che proprio in questo arco di tempo il comune avesse compiuto le prime demolizioni del vecchio recinto con il fine di aprire la chiesa e il sagrato verso il resto del paese.
Prima di discutere più attentamente la costituzione dell’azienda agricola dei Cattaneo, vorrei sottolineare un importante elemento economico del contesto urbano evidenziato nel disegno: la localizzazione delle principali proprietà dei forestieri. Infatti, sommando tra loro le diverse informazioni sulle proprietà presenti al centro del paese all’inizio del ’700, scopriamo che tutte le famiglie pordenonesi, e non solo, avevano individuato il centro di raccolta delle loro entrate sanquirinesi nei pressi della cortina.
Questo fenomeno, rintracciabile ora solo attraverso gli edifici padronali dei Cattaneo e dei Gregoris in via San Rocco, favorì uno sviluppo disordinato delle residenze contadine all’esterno del nucleo storico giustificandone la conservazione dello stesso fino a Settecento inoltrato.
E’ fuor di dubbio che l’intervento dei nobili pordenonesi coincise anche con un più popolare progetto di ristrutturazione degli spazi comunitari nonché di ridefinizione delle gerarchie familiari all’interno della vicinia. Sul finire del ’600 il paese era in fermento e l’affermazione economica di alcuni artigiani incrinò definitivamente quello spirito di collaborazione tra vicini che aveva fatto di San Quirino una comunità capace di eludere il potere dei giurisdicenti.
Si trattava comunque di un fenomeno che coinvolgeva tutta l’alta pianura pordenonese e i comuni, incapaci di gestire le vecchie consuetudini, si videro costretti a delegare quanti più compiti possibili. Anche l’approvvigionamento idrico fu messo in crisi dalla indisponibilità dei vicini a sottoporsi ai tradizionali pioveghi. Una cronaca del tempo ricorda come fosse tradizione «che li Communi qui di S. Focca, e di S. Quirino unitamente sogliono una volta all’anno, et all’occorrenza portarsi all’aggiustamento dell’Alveo dell’acqua della Roja dal Partitore sino al Troiato per il necessario bisogno dell’acqua, che serve ad essi due Communi». Fu l’incapacità di vivere senza contrasti l’ascesa sociale degli artigiani del paese che spinse i comuni a invitare li «detti monari di S. Quirino, e S.ta Focca ritrovar co propria borsa gente che accudisca, e supplisca alli bisogni d’essa Roia». L’onere delle manutenzioni veniva quindi scaricato su chi traeva dall’uso dell’acqua il maggior utile, mentre il controllo del deflusso dell’acqua da San Quirino a Cordenons e Roveredo rimaneva ufficialmente di competenza del comune. La successiva investitura ai veneziani Correr di quasi tutti i diritti sulle rogge dell’alta pianura pordenonese tolse completamente alle comunità rurali il controllo su questo bene primario, provocando non pochi contrasti dovuti a un diffuso utilizzo abusivo dell’acqua.
Proprio in questo periodo di conflitti, crisi e trasformazioni del tessuto sociale del paese, i Cattaneo acquisirono il primo consistente nucleo di proprietà a San Quirino. Si trattava di un’azienda agricola vera e propria che fino a quel momento era appartenuta alla famiglia pordenonese Rossi. Girolamo Rossi, notaio di fiducia dei Cattaneo, era morto da poco e i suoi figli decisero di alienare i loro beni agli amici.
Questo nucleo di proprietà rimarrà sempre evidente come il fulcro dell’azienda agricola che i Cattaneo andarono a organizzare di lì a poco. Ancora nel 1732 le proprietà affittate coincidevano sostanzialmente con quelle acquisite dai Rossi; tra i beni acquistati comparivano case, cortili, teze, campi arati, pecore14 e utensili. I terreni furono valutati 8.809 lire, mentre gli edifici 3.521 lire.
La stima dettagliata degli immobili dell’azienda ci permette di ricostruirne la consistenza e la posizione all’interno del tessuto urbano di San Quirino. Gli edifici principali infatti, confinavano con «a sera la stradda publica app.o il molin de sotto mediante la Roia [e] a monte stradda publica tendente a S. Focca».
La posizione del complesso è chiara e si riferisce a quell’area posta a Nord delle barchesse della villa, giusto in faccia al vecchio molino della mason. L’ordinata stima precisò la consistenza del «cortivo Case, et altri beni» posseduti all’epoca dai Rossi, identificando diversi edifici e funzioni. Le cucine erano più d’una, segno della compresenza di più famiglie di fittavoli, e anche i fabbricati minori si differenziavano in stalle, lobie, teze, caneve, un «Polinaro» e uno «staoletto», raccolti attorno a un cortile cinto da un «muro da stroppa». Quest’ultimo, come d’abitudine, separava nettamente l’ambito pubblico da quello privato, pur essendo ornato, sulla strada, con «tre vide in pergola». Al complesso si accedeva attraverso il «portel verso il molin», mentre verso i campi rintracciamo una semplice «pallada di Canna».
Nonostante in quest’atto non si citi mai la villa oggetto di questo studio, l’inventario ci fornisce alcuni importanti indizi temporali. Innanzitutto l’acquisto della tenuta agricola dei Rossi doveva essere di poco successivo all’acquisto del palazzetto dai Malossi: la volontà di acquistare una proprietà strategica per l’economia dei Cattaneo, e così vicina alla residenza suburbana della famiglia, è evidente. Inoltre, la maggior parte dei terreni dei Rossi non solo confinava con altrettante proprietà dei Cattaneo, ma il nucleo centrale dell’azienda era adiacente alla loro residenza sanquirinese. Ciò induce a supporre che la detta vendita dei Rossi si sia configurata come un favore tra amici, forse, lautamente ricompensato.
Analizzando la crescita dell’azienda dei Cattaneo non va sottovalutato il dedalo di rapporti e di amicizie che legavano alcune famiglie forestiere, poi aggregatesi al consiglio di Pordenone, ai Cattaneo. Ancora sul finire del ’600 Giovanni Antonio Badini aveva sposato Laura Cattaneo. I loro figli, quasi contemporaneamente ai cugini, ottennero l’investitura (1710) del contado di Bellasio e di Roveredo di Corte a Cordenons, dove poi edificarono una residenza agricola. Questo dimostra come l’intricato e inesplorato sistema di strategie familiari, interno alla società pordenonese, portasse di fatto a soluzioni simili, nelle quali il riscatto da un’immagine imprenditoriale consolidata non passava solo ed esclusivamente attraverso l’inserimento della famiglia nella vita amministrativa della città, ma anche attraverso l’acquisto di un titolo comitale e dei gravami giurisdizionali che erano retaggio di un medioevo fantastico e favoleggiato.
Del resto, proprio qui in Friuli il particolare carattere feudale del sistema amministrativo nel Settecento veniva idealizzato, caricando una struttura amministrativa obsoleta e inutile come il parlamento, di importanti contenuti simbolici. La Piccola Patria, all’interno della più grande e perfetta Repubblica di Venezia, manteneva il suo originario sistema di governo, non per compromesso ma come garanzia di stabilità politica. In qualche modo quella scatola vuota che era il Parlamento Friulano garantiva uno status sociale ideale, di tradizione medievale, e il benessere della regione. Per Giorgio di Polcenigo queste antiche forme di governo autonomistico, e l’esclusiva partecipazione alle stesse, erano una garanzia di stabilità temporale, ambita da una classe sociale che gestiva il Friuli da moltissimi secoli. Entrare all’interno di questa classe feudale, composta da nobili avvezzi più ai titoli e alle rendite di posizione che al lavoro e alla gestione delle proprie risorse, era il sogno di ogni borghese. Se i consigli cittadini, a immagine di quello maggiore veneziano, garantivano uno status di prestigio, l’ingresso nel parlamento friulano poteva catapultare una famiglia mercantile al centro della più antica storia regionale, lì dove l’aquila friulana sembrava non aver retratto gli artigli.
Sedrano non era un borgo diverso da molti altri, se non per il fatto che una storia travagliata di diritti antichi aveva scomposto la giurisdizione del feudo in tre carati. Sbrogliare l’intera matassa relativa ai diritti giurisdizionali a questo feudo non è impresa di poco conto e, tanto più, esula dagli obiettivi di questo studio. Per ora ci è sufficiente ricordare come il “carato” di giurisdizione acquisito dai Cattaneo, in antico, fosse stato dei signori di Varmo. Il 6 gennaio del 1329 i Popaite di Pordenone acquistavano quella giurisdizione, mentre ai di Prata subentrarono i Bariani19 di Sacile il 9 luglio del 135320. Alcuni diritti del carato ex-Varmo per via femminile passarono dai Popaite ai Mantica e ai Ricchieri. Quest’ultimi concentrarono nelle loro mani i diritti dei di Porcia, dei Mantica e dei Popaite e nel 1627 erano cointestatari nella «Investitura della Giurisdizione Civile e Criminale per la Villa di Sedrano»21, appunto con i Bariani. Questi ultimi si dileguarono dalla scena sacilese sul finire del XVII secolo e Venezia pensò bene di porre in vendita quel quarto di feudalità, accontentando la vanità di qualche famiglia borghese in cerca di una patente di nobiltà.
Il 6 settembre del 1717 i Cattaneo si aggiudicarono il quarto vacante della giurisdizione di Sedrano, devolvendo 600 ducati alla Serenissima e promettendone altrettanti pur di potersi fregiare anche del titolo di conte. La famiglia di mercanti bergamaschi provenienti da Vertona, arricchitasi in poco tempo a Pordenone, aveva compiuto un primo passo sulla strada di una completa riqualificazione dell’immagine familiare. Ora in città vantava titoli di nobiltà di pari grado ai più antichi casati feudali, riuscendo così a distinguersi dalle altre famiglie abbienti ma popolari.
E’ in questo clima di riconoscimenti e di grandi investimenti che Francesco Cattaneo maturò l’idea di costruire un edificio che fosse all’altezza del nuovo status della famiglia. Il progetto elaborato, così come si dipana ai nostri occhi , era ambiziosissimo. Ai Cattaneo non bastava costruire un edificio qualsiasi all’altezza dei nuovi titoli nobiliari e alla fortuna economica della famiglia. La soluzione formale avrebbe dovuto tener conto dei “miti” feudali che i due fratelli avevano acquistato. Per questo motivo i Cattaneo rinunciarono a caratterizzare la loro impresa edilizia con due modelli tipologici considerati inadeguati: il palazzo urbano e la villa suburbana.
Il primo venne considerato, da Francesco e dal fratello Giovanni Pietro, troppo legato alla tradizione urbana e quindi mercantile dalla quale i Cattaneo stavano cercando di asservirsi. La costruzione di una villa alla veneta si rifaceva per contro a quelle tipologie e tradizioni lagunari che non affascinavano i due fratelli. Per contro quel Friuli feudale e arcaico, medievale e fantastico, fatto di titolati e contadini, accattivava l’immaginazione dei Cattaneo. Ma l’acquisizione del titolo e di una modesta parte di un condominio giurisdizionale non era sufficiente, per questo i due fratelli bergamaschi si proposero di reinvestire tutte le loro fortune nella costituzione di un feudo “di fatto” e di un palazzo castellano adiacente alla vera giurisdizione.
A cavallo del 1718 i due nobili iniziarono a predisporre il progetto di un edificio e di un’azienda agraricola assolutamente anomala.
La mappa del 1718 è di fondamentale importanza per riuscire a capire quale fosse la consistenza e il carattere formale del fabbricato che fu ristrutturato per dar vita alla nuova residenza della famiglia. L’occasione che vide nascere questo rilievo è presto detta: i Cattaneo, desiderosi di ampliare l’area di pertinenza al palazzo, inoltrarono al magistrato delle Rason Vecchie la richiesta per acquisire un «terren vacuo» posto di fronte al fabbricato acquistato dai Malossi.
Ancora una volta inciampiamo nella famiglia Rossi. Infatti il disegno, del resto dettagliatissimo, è firmato dal perito pubblico Antonio Rossi, figlio del notaio Girolamo e successivamente a sua volta notaio di fiducia della famiglia bergamasca. Il «Cortivo e Casa degl’Ill.mi SS.ri Coo: Fratelli Cattanei» vengono rappresentati con estrema cura a conferma della costante frequentazione di Antonio Rossi con San Quirino. La mappa ricostruisce così l’ambito antistante la villa, descrivendo tre strade: quella «della villa», asse portante dello sviluppo insediativo sanquirinese, la strada che «tende a S. Foca» e la strada della chiesa. A est della villa, come in antico, scorreva la «Roia» diretta a Cordenons. Sul fronte un muro in mattoni, caratterizzato dalle tipiche merlature delle braide friulane, si apriva verso la strada proveniente da Pordenone con due pilastri bugnati . La cura con la quale il Rossi disegnò il prospetto del fabbricato, frutto del ruolo di fiduciario che il perito pubblico rivestiva presso la famiglia Cattaneo, ci garantisce l’assoluta rispondenza del disegno a quella che allora era l’immagine del palazzetto. Un edificio modesto che vantava due piani e un granaio illuminato da una teoria di finestre ovali e da un abbaino posto sul tetto. Una scala esterna, addossata al muro, conduceva a una porta posta sul pianerottolo della scala interna che metteva in comunicazione i due saloni principali.
La mappa non descrive l’intorno, ma se la interpoliamo con quella del 1703 potremmo immaginare la cortina, seppure lesionata, ancora in gran parte esistente. L’apertura della residenza dei Malossi verso Via San Rocco era quindi un vero e proprio squarcio del recinto medievale che non poteva non solleticare la fantasia di Francesco e Giovanni Antonio Cattaneo. Quel modesto palazzetto, che sfondava il recinto medievale del paese, era l’oggetto fisico indispensabile per fondere il nuovo titolo comitale e il desiderio di una tradizione feudale rappresentata dall’antico recinto fortificato.
Entro il 1732 anche le dipendenze poste al di là della roggia erano state completate. Ce lo conferma il preciso contratto d’affitto della gran parte delle proprietà sanquirinesi dei Cattaneo affidate a Osvaldo Redivo di Roveredo. Nell’affittare i trentaquattro campi coltivati e i ventuno campi di prati le parti convenivano che i Redivo dovessero «condur insieme con li altri Coloni grassa nel suo brollo in S. Querin».
Il brolo corrispondeva a quell’ampio terreno cinto da un’alta recinzione in sassi che continuava l’aia sulla quale si affacciavano la cantina e la stalla.
L’anno successivo la famiglia pordenonese provvedeva a regolarizzare il perimetro di quell’ambito acquistando o permutando alcune proprietà dei Diana poste «a mezzodi il Brollo murato». Questi possedevano «una casa da muro ricoperta di paglia con cortivo, orto e campo annesso posta in questa villa contigua al brollo di esso s.r Co: Cattanio»e si prestarono a cederla. I continui accorpamenti e acquisti di case però non sempre seguivano una logica distributiva. I due fratelli erano più attenti alla forma degli edifici prossimi alla loro proprietà. Infatti nel 1738 accolsero con favore l’idea di Sebastiano Penz di ristrutturare la sua vecchia casa aderente a quella cortina ancor oggi riconoscibile nel muro del piano terra. I conti di Sedrano concordarono con i vicini i termini della sopraelevazione e sostanzialmente l’aspetto della nuova e dignitosa casa padronale. L’accordo permetteva ai Penz di «alzare il muro divisorio in frontespizio tra l’orto dell’Ill.mo s.r Co: Gio: Antonio Catanio di questa città, posto di sopra la sua Casa Dominicale in S. Querin, e la casa di d.to Penz, per uguagliar il colmo della stessa sua Casa, e ridurlo collistesso ordine del coperto vecchio»45. I soli divieti riguardavano eventuali servitù di stillicidio, «anzi li resta proibito il poter far linda di sorte alcuna fuori di detto frontispizio» e il «poter far alcun foro ne piccolo ne grande nel muro medesimo, ma bensì chabbia a far smaltare dalla parte dell’orto». L’intenzione dei Cattaneo di garantirsi la possibilità di rinunciare al loro orto per poter ampliare ulteriormente le stanze della servitù è evidente: «se detto S.r Co: Catanio, o suoi heredi volessero appoggiare da terra sin ai coppi, possino liberamente farlo».
L’espansione delle proprietà, poste nei pressi della villa, proseguì in seguito più lentamente. Ormai i Cattaneo erano più impegnati a consolidare le loro proprietà nella cintura di campi esterna al villaggio, che ad accrescere una villa sovradimensionata nelle sue funzioni.
L’acquisizione della casa dei Penz, posta a nord del giardino, impegnò i Cattaneo per circa vent’anni. All’inizio del ’700 Osvaldo Penz possedeva quella porzione di cortina che si trovava di fronte al molino e che era raggiungibile dalla «contradella»47 posta tra la chiesa e la residenza dei Cattaneo. I suoi due figli, Antonio e Sebastiano, si divisero le proprietà acquisendo un’abitazione ciascuno e lasciando al secondo la bottega di “marangon”. I Penz lavoravano per la famiglia Cattaneo e sicuramente avevano partecipato alla costruzione della villa e delle dipendenze. A loro volta i Penz si servivano dei Cattaneo per risolvere la cronica carenza di contante, usufruendo di prestiti a breve termine. Successivamente alla ricostruzione della casa dei due artigiani, verso gli anni ’50, qualcosa cominciò a incrinarsi nell’economia della famiglia di marangoni. Sebastiano tra il 1751 e il 1757 si trovò a dover chiedere ai conti sei prestiti per complessivi 250 ducati e, non potendo soddisfare i debiti nei tempi stabiliti, si trovò a dover impegnare «la sua bottega da marangon posta in detta Villa con orto annesso». Ma questo non era sufficiente e l’artigiano vendette anche «la sua Casa d’abitazione confinante a mattina strada pub.ca med.te Roia, a mezodi d.to S.r Co: Compratore, a sera d. M.ro Iseppo Penz suo nipote»48.
Di li a poco tutto quest’ambito della vecchia cortina sanquirinese si trovò nelle mani dei Cattaneo, che detenevano queste e altre proprietà, con il solo obbligo di pagare un modesto livello alla commenda gerosolimitana.
Riassumendo, abbiamo individuato le principali fasi temporali dell’evoluzione della residenza settecentesca dei Cattaneo a partire dai primi anni del XVIII secolo. Nel 1709 fu acquistata la consistente azienda dei Rossi, prima del 1718 la famiglia entrò in possesso della casa dei Malossi, nel 1719 iniziarono i lavori di ristrutturazione che sappiamo completati nel 1721. Nel 1732 veniva completato anche il grande brolo dotato di muro di cinta e di un monumentale ingresso dalla strada, sul fronte della villa.
All’epoca la villa si mostrava esattamente come oggi la conosciamo se non per un dettaglio non insignificante.