Il mio primo incontro, circa trent’anni fa, con i Magredi non è stato casuale, ma fortemente voluto. Avevo in mente le descrizioni di Giacomini e di Sestini contenute nei meravigliosi volumi del Touring Club Italiano della collana “Conosci l’Italia” e, soprattutto, il consiglio e l’incoraggiamento di Livio Poldini ad interessarmi di questo particolare aspetto floristico e vegetazionale della nostra Regione, ancora così poco studiato e conosciuto; come corredo, il professore mi aveva consegnato la pubblicazione di Silvia Zenari, La vegetazione dei “Magredi” nell’alta pianura del Friuli Occidentale (Padova 1928).
Questo spazio sconfinato, orlato dalle Prealpi, dava ben pochi punti di riferimento e la cosa più semplice, quella di attraversarlo alla ricerca delle praterie descritte, finiva immancabilmente per rivelarsi un andare a zonzo fra campi coltivati ed ordinati frutteti: delle praterie nemmeno l’ombra.
Anche qui, come più a nord verso Spilimbergo, Tauriano, Maniago, la trasformazione aveva radicalmente fatto scomparire ogni traccia del manto vegetale spontaneo. L’unica differenza con la cosiddetta Bassa pianura era data dal suolo, qui interamente formato da ciottoli.
Mi aggiravo tra i campi ponendo attenzione ai pochi lembi di vegetazione spontanea, chiedendo appena possibile dove fossero i Magredi. Invariabilmente mi si rispondeva, con meraviglia, che tutto era Magredo. L’incomprensione stava nel fatto che io chiedevo dei Magredi, pensando ai terreni non dissodati, che conservavano ancora la storia dell’evoluzione di questo territorio, e chi mi rispondeva aveva in mente solamente la fatica di aver reso finalmente produttiva quella infinita distesa di sassi.
Ironia della sorte, nell’aprile del millenovecentosettantadue, lungo una capezzagna ai margini di un campo di erba medica, mi ero imbattuto, prima che nelle praterie vere e proprie, in quello che sarebbe stato riconosciuto come endemismo quasi esclusivo dei Magredi di San Quirino, San Foca e Cordenons: la Brassica, alla quale il professor Poldini avrebbe poi dato il nome di glabrescens.
Ben presto, però, avevo individuato poco fuori Cordenons alcuni percorsi lungo strade polverose che si inoltravano nel poligono militare. Dentro i suoi confini finalmente avevo trovato ciò che cercavo e su, verso San Foca, esistevano ancora centinaia di ettari nei quali era riconoscibile una variazione del manto vegetale a seconda della consistenza del suolo, delle dimensioni dei ciottoli, della vicinanza al greto del torrente Cellina.
Erano i primi anni settanta dello scorso secolo e le praterie, seppure già relegate in posizione marginale, là dove ancora non era giunta l’irrigazione, coprivano estensioni di diverse centinaia di ettari e continuavano ad essere utilizzate per il pascolo delle greggi transumanti e per lo sfalcio, due volte nell’anno.
Avevo preso l’abitudine di visitare sistematicamente da marzo a settembre, due volte la settimana alcuni prati, specialmente a San Foca, sia per il censimento della flora e il rilevamento vegetazionale, sia per la raccolta di dati relativi ai periodi di fioritura delle singole specie. Con Bianca, compagna di studi, e Anna, mia futura moglie, avevamo in mente di portare a termine uno studio articolato su vari aspetti botanici di quel vasto territorio. Furono raccolti molti dati che servirono in occasione di alcuni avvenimenti che portarono il problema della gestione territoriale delle aree magredili e degli ambienti di risorgiva all’attenzione di tutti.
Il fascino sottile del paesaggio, la ricchezza floristica e la scarsità degli studi, anche in ambito storico e geografico, catalizzarono in quegli anni, infatti, l’interesse della neonata sottosezione di Pordenone dell’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia. Sotto la guida di Dirce Facchin si riuscì a portare l’attenzione del mondo politico e scolastico, ma anche del più vasto contesto civile, sulla necessità della corretta gestione del territorio, lungo alcune direttrici fondamentali:
Memorabile fu il Convegno “Magredi e risorgive del Friuli Occidentale” del 1977 a Pordenone ed i suoi Atti sono diventati un punto di riferimento per qualsiasi indagine successiva.
In precedenza nomi illustri si erano interessati agli aspetti floristici e vegetazionali: Michele Gortani, Silvia Zenari, Sandro Pignatti, Gian Giacomo Lorenzoni, ma lo studioso, che più di tutti ha compiuto precise analisi e altrettanto convincenti proposte di lettura del fenomeno botanico, è Livio Poldini.
Purtroppo per lui, il tempo non ha giocato un ruolo positivo: lo studio avveniva nel corso della sempre più rapida trasformazione di quegli ambienti da una situazione prossimo-naturale, rappresentata da un complesso ecosistema ricco di circa settanta-ottanta di sole specie vegetali in cento metri quadri, ad una di agricoltura intensiva industrializzata, a causa della quale il numero delle specie presenti nelle monoculture è, su estensioni di decine di ettari, inferiore a quindici e in gran parte si tratta di piante esotiche.
Livio Poldini ha coordinato, sul finire del secolo scorso, il Gruppo Regionale di Esplorazione Floristica, che ha il merito di aver censito in modo quasi completo tutto il territorio regionale, ponendo il Friuli-Venezia Giulia a livello dei paesi europei più progrediti e più impegnati nella definizione delle proprie identità e diversità biologiche.
Nel frattempo, lavori e studi hanno approfondito vari aspetti ambientali: mi riferisco alla tesi di laurea di Rosetta Facchin e a quelli condotti da Associa-zioni e da cultori, quale ad esempio Tito Pasqualis, o da Enti, quali il Consorzio di bonifica Cellina-Meduna.
Negli anni Ottanta è stata svolta un’intelligente ed efficace opera di divulgazione da parte di varie Associazioni, che ha generato un vero e proprio interesse, diffuso in ampi strati della popolazione, sulla qualità dell’ambiente e sulla gestione del territorio. Ma anche amministratori avveduti e lungimiranti, che avevano personalmente partecipato alle varie fasi di studio e di sensibilizzazione, hanno saputo coraggiosamente indirizzare in tal senso l’azione politica. Come non ricordare a questo proposito Liliana Belfi? Ha saputo catalizzare l’interesse di gran parte della popolazione di San Quirino attorno al concetto di salvaguardia di quello che può essere considerato un vero e proprio “serbatoio genetico” del nostro territorio. Ha efficacemente contrastato, nella sua qualità di Sindaco di quella Comunità, alcune linee regionali di gestione territoriale, fino ad ottenere il riconoscimento di Sito di Importanza Comunitaria (SIC) per alcuni piccoli lembi relitti di magredo.
La lotta, perché di questo si è trattato, ha coinvolto gli abitanti di San Quirino e le varie Amministrazioni comunali succedutesi nel tempo, dai primi anni Ottanta per oltre quindici anni.
Con la presa di coscienza dei problemi suscitati dalla localizzazione di un impianto per lo smaltimento di rifiuti in area magredile e la partecipazione al dibattito – usando tutte le opportunità offerte dalla democrazia, persino un referendum autogestito – si è approfondita la conoscenza del territorio. E proprio grazie a ciò i cittadini si sono riappropriati dell’ambiente.
Sono altrettante tappe significative di questa azione l’ordinanza di sospensione di ogni attività relativa alla realizzazione dell’impianto per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani e assimilabili in località “Magredi” del 7 novembre 1988, firmata dal Sindaco Belfi, l’affidamento degli incarichi per una relazione sull’assetto idrogeologico del conoide a Ferruccio Mosetti e a Paola Mosetti Albrecht e per una sulla situazione floristico-vegetazionale a Livio Poldini e a Gianfranco Bertani. Di quest’ultima si riproduce il testo in appendice. Nella relazione idrogeologica viene messa in luce l’estrema fragilità dell’equilibrio ambientale, considerando segnatamente le acque, dell’intera Alta pianura. Si sottolinea come:
«Norma essenziale per gli insediamenti industriali, in particolare per quelli implicanti produzioni potenzialmente inquinanti, è che i terreni su cui poggiano abbiano bassa porosità, siano cioé impermeabili, per evitare ogni influenza sulle acque sotterranee, anche con azioni a lungo termine. (...) Prescindendo dalle offese all’ambiente e al paesaggio, impianti industriali e discariche su suoli permeabili (...) costituiscono la peggiore situazione per la sicurezza igienica, potendo infatti determinare inquinamento delle acque potabili utilizzate negli insediamenti stessi. (...) S. Quirino e gli altri centri abitati del conoide sono alimentati da acque prelevate in loco e quindi da proteggere assolutamente!».
È attraverso queste consapevolezze, ormai acquisite da larghi strati di cittadini, che si passa dal concetto di salvaguardia a quello, ben più complesso, di restauro ambientale. Diventano, pertanto, importanti tutti quegli elementi territoriali contenenti biodiversità, per quanto piccoli possano essere. I concetti di “banca genetica”, “serbatoio di biodiversità”, “volano biologico”, “caposaldo dell’igiene ambientale”, “struttura biologica”, si coniugano a sensibilizzazione, coinvolgimento, progetto.
Un primo risultato è stato l’acquisto di alcuni ettari, circa trenta, di proprietà della famiglia Toscano, da parte della Regione Friuli-Venezia Giulia, che ha riconosciuto l’area quale “Biotopo Naturale”. Questa risulta, al momento, l’unica area magredile effettivamente tutelata.
Nel frattempo la risonanza degli avvenimenti spingeva un sempre maggior numero di scuole ad interessarsi delle tematiche ambientali legate ai magredi e alle risorgive, attraverso visite ed esperienze dirette, in una concezione ecosistemica, che accanto al fenomeno naturale, considera anche quelli fisico e antropico. L’insieme complesso viene considerato tenendo conto non solo delle dinamiche interne a ciascun contesto di fenomeni, ma anche delle interdipendenze tra i diversi contesti.
La scuola media “Colonia Caroya” di San Quirino è diventata protagonista con uno studio sui Magredi, frutto di una ricerca multidisciplinare sul campo; la Classe 1B, coordinata da Ginevra Del Pico, Rosa Del Piero, Lucia Tramontin e Anna Bruni, ha vinto nel 1996 un premio a livello regionale nel concorso bandito dal WWF “Detectives dell’ambiente”.
Ai giorni nostri i Magredi stanno correndo il rischio più grosso: quello della completa sparizione. L’allarme viene da varie associazioni, WWF, AFNI, Bioforest e da loro esponenti, Lino Centazzo, Silvio Vicenzi, Stefano Fabian. Con un Convegno e due pubblicazioni nel 2001 hanno animato il dibattito ed hanno cercato di sensibilizzare l’opinione pubblica contro l’uso improprio degli ultimi lembi di questi fragili ambienti.
Il Piano Urbanistico Regionale Generale del Friuli-Venezia Giulia (P.U.R.G., 1978) prevedeva, su suggerimento dei naturalisti, la tutela nel Pordenonese dei magredi di San Foca e di Vivaro. Da allora non se n’è fatto nulla e buona parte di queste formazioni risulta perduta ai fini della salvaguardia naturalistica, dello studio, ma soprattutto nella sua qualità di “risorsa strategica del territorio”. La stessa Regione ha successivamente riconsiderato i limiti di questi ambiti, per cui le aree dove sono meglio apprezzabili le varie tipologie di magredo sono solo ormai quelle presso i Torrenti Cellina e Meduna (ricomprese o limitrofe al Sito di importanza comunitaria (SIC) denominato “Magredi del Cellina”, individuato in base alla Direttiva 92/43/CEE del 21 maggio 1992, relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche). L’Unione Europea ha recentemente riconosciuto i Magredi, come se non bastasse la loro individuazione quale “Sito di Importanza Comunitaria”, “Area di Rilevante Interesse Ambientale” (ARIA). Staremo a vedere.